sabato 29 marzo 2014

Le mani che affondano nelle tasche del cappotto 
chiaro 
con gli alamari di metallo lucido.
Il naso che pizzica e ancora trattiene  l'aroma 
dell'ultima sigaretta , che muore
a terra schiacciata, 
ancora un filo di fumo che sale e la tosse.

Resti a guardarti, giovane,
ancora;
che non te ne rendevi conto e tutto pareva fumo
tutto nebbia, tutto lì.

Felice del nulla oltre i discorsi umidi
felice dei sabato mattina
felice per un viaggio in tram a sentir musica
felice della tristezza, così preziosa per sentirsi vivo.
felice,
così, inconsapevolmente felice di essere vivo,
e malato di vita che non guarirai mai.
E non è la giovinezza,
no: "il ragazzo crescerà"  -berciavano i cadaveri dell'accademia-
nemmeno il "carattere" o un "momento" (se non fossero sempre "momenti"...ci condanneremmo alla catena della persistenza)

è la stigma degli eletti alla dannazione,
innalzati dalla vita al fango della passione
agli strali dei normali
al non essere, mai, uguali.

folli, empi,
timidi inquieti.


Sarebbe arrivato il giorno in cui 
smettere di fumare,
lo sapevamo.
Lo figuravamo lontano...
Saremmo discesi dall'olimpo dell'adolescenza immortale
e giunti nella radura così sperduta del buon senso,
povere scimmie depilate,
consapevoli, ora, di poter morire
ma mai guariti,
piuttosto sopravvissuti
alla voglia di vivere

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