Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo,
per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo...
O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti
o che per le mie navi son quasi chiusi i porti;
io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi,
non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita dei piedi...
Queste cose le sai perchè siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali,
perchè siam tutti soli ed è nostro destino
tentare goffi voli d' azione o di parola,
volando come vola il tacchino...
Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d' orgoglio, mi commuove il tuo seno
e di questa parola io quasi mi vergogno,
ma c'è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno...
Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell' energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato
vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza, inseguendo la scienza o il peccato...
Tutto questo lo sai e sai dove comincia
la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia
perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri... coglioni!
Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata?
Ti dono, se vorrai, questa noia già usata:
tienila in mia memoria, ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale...
D' altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d' aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare... grattarsi!
F. Guccini
venerdì 5 settembre 2014
mercoledì 28 maggio 2014
Noia
Taccio.
S'emerge dall'ombra oleosa il ricordo
di nuovi legami ad antico passato
e illude il sorriso innanzi allo sgaurdo
e subito il petto ribatte all'oblio.
Tace.
La mano sinistra che nuda allo sguardo
s'inquieta ritorta dal freddo metallo
s'accalcan di segni le mute parole
ma tardi s'addesta il cuore d'onore
Corrivo a me stesso imperio silenzi
taccion presenti di luoghi diversi
ma s'urla il graffiare di pece e piacere
non posso lasciare, non posso cadere
Infame, crudele, vigliacco, bramoso
chiedere al ventre d'opprimere il vuoto
vertigine sacra a chi al viver è devoto.
Taci corroso lascivo latrare d'un cane
Taci volgare sorriso a sguardo soave
Taci singhiozzo d'amore di sogno amorale
Taci all'urlo di voglia del non ti fermare
Taci.
Svilito m'affanno,
non posso pensare
di ninfa narcisa essere altare.
S'emerge dall'ombra oleosa il ricordo
di nuovi legami ad antico passato
e illude il sorriso innanzi allo sgaurdo
e subito il petto ribatte all'oblio.
Tace.
La mano sinistra che nuda allo sguardo
s'inquieta ritorta dal freddo metallo
s'accalcan di segni le mute parole
ma tardi s'addesta il cuore d'onore
Corrivo a me stesso imperio silenzi
taccion presenti di luoghi diversi
ma s'urla il graffiare di pece e piacere
non posso lasciare, non posso cadere
Infame, crudele, vigliacco, bramoso
chiedere al ventre d'opprimere il vuoto
vertigine sacra a chi al viver è devoto.
Taci corroso lascivo latrare d'un cane
Taci volgare sorriso a sguardo soave
Taci singhiozzo d'amore di sogno amorale
Taci all'urlo di voglia del non ti fermare
Taci.
Svilito m'affanno,
non posso pensare
di ninfa narcisa essere altare.
martedì 20 maggio 2014
Nostalgia del desiderio
Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele!
Che tesson e tesson: lamento
Volubil che l’onda che ammorza
Ne l’onda volubile smorza…
Ne l’ultimo schianto crudele…
Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele!
Che tesson e tesson: lamento
Volubil che l’onda che ammorza
Ne l’onda volubile smorza…
Ne l’ultimo schianto crudele…
Le vele le vele le vele
mercoledì 14 maggio 2014
S'accorse d'avere gli occhi belli...
Tanta gente lo guardava, immobile, con le palpebre fisse.
Si sentii nudo e senza pelle.
Esausto, come una foglia bagnata
Odorava di dopo temporale.
S' accorse
d' avere gli occhi belli.
Si sentii nudo e senza pelle.
Esausto, come una foglia bagnata
Odorava di dopo temporale.
S' accorse
d' avere gli occhi belli.
Non pianse.
Cacciò il vino nel cuore
e si fermò, silenzioso
a cogliere parole
ne trovava per ciascuno:
denaro, amore, baci, braci e abbracci.
bellezza, luce, croce, acciacco...profumo
e aveva gli occhi belli,
che continuavano a non
guardare.
sfregava i polpastrelli
cercava le parole.
La Domenica di quel mese
avrebbe indossato abiti freschi.
Le camicie appese
bianche che le vedevi al buio,
timide come vergini, tanto poco erano state toccate.
E l'orologio, con le lancette molli,
girava sul suo chiodo
ogni ventiquattro ore
indossava la camicia come si prende una pastiglia,
pronto a fare la comunione
e morire
per indigestione.
(che del resto il corpo di Cristo
rimane un po' indigesto)
e aveva gli occhi belli
glielo diceva pure il vino
che si buttava sopra i denti
prese a camminare
piano
verso l'altare,
e trovò una sposa bella
...ma nervosa.
le cinse i fianchi e
senza guardare
avanti, cominciò ad amare
tutto lo stavano a guardare
con le palpebre sbattenti,
come ali.
avevano gli occhi appena imbiancati
e le facce uguali
Aveva occhi belli e camicie bianche
ma quel giorno
morì,
sdraiandosi,
dopo aver fatto l'amore.
Il medico del paese,
ascoltando il cuore, si accorse
sgomento,
che aveva labbra ancora calde
pronte per baciare
non si disse mai,
e tanti ne raccontarono,
che aveva gli occhi belli.
Non li riaprì più
e divenne bianco come farina,
nella terra che sapeva di dopo aver piovuto
terra che, non avrebbe più annusato.
lunedì 12 maggio 2014
Forse, un giorno, gli daremo un titolo....
1.
Le mani che affondano nelle tasche del cappotto chiaro con gli alamari di. Metallo lucido. Il naso che pizzica e ancora trattiene l'aroma dell'ultima sigaretta , che muore a terra schiacciata, ancora un filo di fumo che sale e la tosse.
08.15 i primi ragazzi sciamano davanti a scuola. Quelli che abitano nei paesini sperduti, lontano; arrivano prima. Gli orari dei treni, le coincidenze, gli incontri coi compagni, il bar, le sigarette: sono la liturgia da celebrare ogni mattina, nel lungo inverno milanese.
Quarto e' bella con la nebbia che galleggia tra le case popolari, mi fa sentire protetto. Ho la testa piena di cose, già a quest'ora. Ma la nebbia, grigia, che tinge il paesaggio, mi da' l'impressione di essere leggero, di sparire. Ecco.
Sollevo il bavero del chiodo e mi faccio avvolgere il collo dalla pelle nera, sento le borchie gelate che mi pungono la pelle, tiro la cerniera più su e cerco qualcosa in tasca; Marco mi si affianca ma già lo avevo visto, con la coda dell'occhio, so che mi chiederà "da accendere", e allora frugo nella tasca per non farmi trovare impreparato. Cazzo la fodera e' bucata, l'accendino si è infilato da qualche parte tra l'esterno e interno del giubbotto. "Fanculo!" E' un pensiero e sta per uscire dalle labbra, mentre tasto la giacca in cerca della sagoma di ciò che era in tasca e che ora vaga sopra la mia pancia. "Ciao" biascica poco convinto Marco. "Accendino?" E gli spaccherei la faccia, a quest'ora, per come ti chiede le cose! Pare che non gli interessi di nulla, tranne quello che ti sta chiedendo; ma la cosa più irritante e' che pare non gli interessi a chi lo sta chiedendo.
"Non lo trovo" rispondo "ah" constata " mi si è bucata la tasca e tutto quello che c'era dentro si è sparso nell' imbottitura...che cazzo!" Intanto persevero e cerco, ma dell'accendino nemmeno l'ombra.
Comunque Marco mi cammina a fianco, silenzioso, fissa il vuoto e sembra mastichi le parole che vorrebbe far uscire; mentre lo fa la sigaretta che tiene spenta tra le labbra ballonzola su e giù, strabuzza gli occhi e con l'indice spinge i grandi occhiali da vista indietro, attaccandoli alla fronte stretta, spiegazzata da tre lunghe rughe "da pensiero". Prende fiato, mastica ancora un po' l'aria, come a darle forma, mi guarda e accenna un sorrisetto da ebete " oh, sto accendino?" Non riesco a essere scortese, lo ignoro e proseguo sul marciapiede ampio che porta a scuola. Guardo a terra: in un angolo, bicchieri e piatti di plastica, sporchi; qualche zingaro delle roulotte affianco deve aver finito la cena in strada. E' un'aria senza odori quella di stamattina; ho voglia di fumare: monete, un plettro, scontrini spiegazzati, una cannuccia...niente accendino!
Marco mi è ancora affianco, non dice nulla, quel suo biascicare etereo a "impastare nuvole in bocca" mi da i nervi. Credo che aspetti l'accendino; è completamente coglione: il problema è che fuma troppo, hascisc intendo, erba, quello che capita. Mi guarda con gli occhi annebbiati, arriccia il naso e tira sù, aumenta l'andatura e marcia, stanco, verso un gruppetto di compagni fermi come scogli davanti alla scuola. Marco pare un gabbiano, vola nella nebbia, leggero e non dice nulla e si appoggia sugli scogli guardandosi un po' in giro. Intravedo volute di fumo salire dagli scogli: finalmente il gabbiano ha trovato da accendere e non pensa minimamente alla mia voglia di fumare.
Il portone è scrostato, di legno, spalancato, ma nessuno entra. Non capisco che fare, stamattina sono troppo pigro per andarmene, ma non ho studiato nulla e ho il respiro che si blocca in alto e l'aria entra e brucia. Ma non è lo studio, che mi fa il respiro corto intendo, e non è nemmeno Francesca, che parla con i suoi amici e non saluta.
Mattina buona per fare il punto. Mentre penso la mano infilata nella fodera incontra la plastica dura e il metallo; finalmente fuoco, finalmente fumo e l'aria brucia meno, la prima sigaretta del mattino: "la dolce" l'ho soprannominata, anche se di dolce non ha nulla da sè, ma con sè. La prima sigaretta del mattino è come la comunione, fai incontrare le labbra con il filtro, tiri e il fumo, benevolo, t'invade e tossisci ma ti senti parte del mondo. Cazzate: Parte del mondo non mi sento mai, e Francesca mi manca.
Il petto continua a far fatica, ormai suona la campanella e i primi, addormentati e diligenti, s'infilano nel quadro dell'ingresso; non penso e sono dentro. Sulle scale, sciabatto fino al primo piano, Marco inciampa sullo scalino, molti ridono, lui bestemmia. Abbozzo un sorriso, del resto è proprio buffo, mi volto e lo guardo mentre riprende a salire con il suo contegno da gabbiano addormentato. L'entrata del mattino a scuola e' un sogno, tutto è sonno, fatica, abbandono; la scuola è un sogno e non te lo ricordi nemmeno sempre.
La felicità non è di questo mondo...
Che tristezza però... Che poi la cosa peggiore, per quanto banale, è che la felicità è un fatto egoistico, in cui tutti gli altri, cose e persone, debbono convergere verso di te per renderti felice. Tutto dura un attimo, se lo dura, e poi rimane la nostalgia. Uno può essere sereno, ottimista, solare... ma felice? Mah... sarà che sono un depresso cronico... Sto leggendo un libro di Bolano (2666) sono agli inizi, ma ha avuto un'intuizione geniale, c'è un pittore, ruolo assolutamente minore nel libro, che compie un autoritratto tagliandosi la mano destra e mettendola su un quadro. Ho trovato geniale la cosa. La felicità di un'intuizione assoluta, completa, totale, che non può che condannare alla nostalgia più profonda subito dopo essersi compiuta. Nostalgia della mano ovviamente. Nel libro il tizio viene messo in ospedale psichiatrico dove poi troverà la morte. Da quando si è tagliato la mano non è più considerato normale, quel sacrificio verso la felicità lo ha condannato sino alla morte alla deformità, all'orrore del incompletezza quotidiana. C'è un altro passaggio, sempre in 2666 in cui una delle protagoniste che era in qualche modo legata, anche se molto alla lontana, al pittore, alle sue opere, ma soprattutto all'idea di quel gesto assoluto, scopre che il pittore è morto e Bolano la descrive come un'opera d'arte incompleta che in quell'istante scopre che il suo autore è morto. Così scompare la speranza di un'impossibile felicità futura, la possibilità dell'assoluto che muore. Ecco, sempre più ci si sente così.. noi che tentiamo di sopravvivere alla voglia di vivere... sentiamo che quella voglia di vivere li sta morendo come il pittore, ma non vogliamo rassegnarci, eppure non vogliamo nemmeno tagliarci la mano destra. Perchè poi in fondo il Carmelo aveva ragione "siamo l'opera d'arte di noi stessi".
venerdì 18 aprile 2014
2 in 1 giorno forse sono troppi
Bleah... l'amaro che ho in bocca
There must be more to life than this
There must be more to life than this
How do we cope in a world without love
Mending all those broken hearts
And tending to those crying faces
There must be more to life than living
There must be more than meets the eye
Why should it be just a case of black or white
There must be more to life than this
Why is this world so full of hate
People dying everywhere
And we destroy what we create
People fighting for their human rights
But we just go on saying c'est la vie
So this is life
There must be more to life than killing
A better way for us to survive
What good is life, in the end we all must die
There must be more to life than this
There must be more to life than this
There must be more to life than this
I live and hope for a world filled with love
Then we can all just live in peace
There must be more to life, much more to life
There must be more to life, more to life than this
There must be more to life than this
How do we cope in a world without love
Mending all those broken hearts
And tending to those crying faces
There must be more to life than living
There must be more than meets the eye
Why should it be just a case of black or white
There must be more to life than this
Why is this world so full of hate
People dying everywhere
And we destroy what we create
People fighting for their human rights
But we just go on saying c'est la vie
So this is life
There must be more to life than killing
A better way for us to survive
What good is life, in the end we all must die
There must be more to life than this
There must be more to life than this
There must be more to life than this
I live and hope for a world filled with love
Then we can all just live in peace
There must be more to life, much more to life
There must be more to life, more to life than this
mercoledì 16 aprile 2014
Le belle serate...
Le belle serate
Dove si passa oltre.
Le notti, cantate dai re e
Vissute dai poeti
Tra liquori, distillati, canti e lamenti.
A sentirsi vivi
Dandosi assenti
-che il mondo resta sfera, via! Posso mancare-
E si parla la lingua della vita
li', appesi al collo del tuo essere donna
Con labbra terribili dentro carne fresca
E parole, suoni che si mischiano,
Fiumi veloci in letti stretti
Angusti loculi del verbo, che
Esplode negli occhi e brilla
Deflagra inconsapevole
Si guarda guardarsi
Le belle serate
Dove si passa oltre
Si cerca di Dio
Per chiudere il giudizio su Adamo
Cadere sulla terra liberi
Zucchero filato, caldo e gonfio
Ragazze di miele, sedute,
con le gambe schiuse e le bocche rosse
Continua...
martedì 15 aprile 2014
Spleen
Il cranio riverso dal nero vessillo violato
allunga l'ombra sua della sera
greve stagna la pioggia
sul mio vivere uggioso in un eco lontano
latra la belva feroce d'angoscia,
raschiano al suolo le fetide zampe
visi stranieri disegna la nebbia
bagnati d'amaro piacere fugace
Affanno le unghie mie voraci
d'un esistere di cose inesistenti
viscidi sussurri di non essere
riflettono gli sguardi del presente
Taci, nella follia egoista.
Taci, cane soccorso dalla pioggia
che aneli bastardo un nuovo bagnarti
Taci, vigliacco perdono sperato.
Che perdonare non può essere l'innominato.
Taci.
lunedì 14 aprile 2014
Oggi è così...
« Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve
schiaccia l'anima che geme nel suo eterno tedio,
e stringendo in un unico cerchio l'orizzonte
fa del dì una tristezza più nera della notte,
quando la terra si muta in umida cella segreta
dove sbatte la Speranza, timido pipistrello,
con le ali contro i muri e con la testa nel soffitto marcito;
quando le immense linee della pioggia
sembrano inferriate di una vasta prigione
e muto, ripugnante un popolo di ragni
dentro i nostri cervelli dispone le sue reti,
furiose ad un tratto esplodono campane
e un urlo lacerante lanciano verso il cielo
che fa pensare al gemere ostinato
d'anime senza pace né dimora.
-Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,
Vinta, piange, e l'Angoscia atroce, dispotica,
pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero. »
schiaccia l'anima che geme nel suo eterno tedio,
e stringendo in un unico cerchio l'orizzonte
fa del dì una tristezza più nera della notte,
quando la terra si muta in umida cella segreta
dove sbatte la Speranza, timido pipistrello,
con le ali contro i muri e con la testa nel soffitto marcito;
quando le immense linee della pioggia
sembrano inferriate di una vasta prigione
e muto, ripugnante un popolo di ragni
dentro i nostri cervelli dispone le sue reti,
furiose ad un tratto esplodono campane
e un urlo lacerante lanciano verso il cielo
che fa pensare al gemere ostinato
d'anime senza pace né dimora.
-Senza tamburi, senza musica, sfilano funerali
a lungo, lentamente, nel mio cuore: la Speranza,
Vinta, piange, e l'Angoscia atroce, dispotica,
pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero. »
mercoledì 9 aprile 2014
Ricordo d'alcool
Avevo così pienamente compreso di non sapere che ora, che torno a capire, ne ho nostalgia.
Indegno di nominar bellezza, fugace malinconico pallore di luna che in uno sguardo spira
Fugaci incupiti, scomparsi nel ricordo d'un immagine, specchi d'anima dolce e leggera
Che nostalgia
Non voglio sapere, desidero, desiderio solamente. Non chi sono, non ciò che specchio ma lo specchio di lei.
Che nostalgia
Non voglio sapere, desidero, desiderio solamente. Non chi sono, non ciò che specchio ma lo specchio di lei.
martedì 1 aprile 2014
Ecco...
Non Chiederci La Parola
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
sabato 29 marzo 2014
Le mani che affondano nelle tasche del cappotto
chiaro
con gli alamari di metallo lucido.
Il naso che pizzica e ancora trattiene l'aroma
dell'ultima sigaretta , che muore
a terra schiacciata,
ancora un filo di fumo che sale e la tosse.
Resti a guardarti, giovane,
ancora;
che non te ne rendevi conto e tutto pareva fumo
tutto nebbia, tutto lì.
Felice del nulla oltre i discorsi umidi
felice dei sabato mattina
felice per un viaggio in tram a sentir musica
felice della tristezza, così preziosa per sentirsi vivo.
felice,
così, inconsapevolmente felice di essere vivo,
e malato di vita che non guarirai mai.
E non è la giovinezza,
no: "il ragazzo crescerà" -berciavano i cadaveri dell'accademia-
nemmeno il "carattere" o un "momento" (se non fossero sempre "momenti"...ci condanneremmo alla catena della persistenza)
è la stigma degli eletti alla dannazione,
innalzati dalla vita al fango della passione
agli strali dei normali
al non essere, mai, uguali.
folli, empi,
timidi inquieti.
Sarebbe arrivato il giorno in cui
smettere di fumare,
lo sapevamo.
Lo figuravamo lontano...
Saremmo discesi dall'olimpo dell'adolescenza immortale
e giunti nella radura così sperduta del buon senso,
povere scimmie depilate,
consapevoli, ora, di poter morire
ma mai guariti,
piuttosto sopravvissuti
alla voglia di vivere
E' bastato tornare un attimo a Calvino per capire...
... è la mia peculiare malinconia
composta da elementi diversi, quintessenza
di varie sostanze, e più precisamente di
tante differenti esperienze di viaggi
durante i quali quel perpetuo ruminare mi
ha sprofondato in una capricciosissima
tristezza.
composta da elementi diversi, quintessenza
di varie sostanze, e più precisamente di
tante differenti esperienze di viaggi
durante i quali quel perpetuo ruminare mi
ha sprofondato in una capricciosissima
tristezza.
Credo sia solo fottuta depressione...
Banale grigiume, che ti vengono le lacrime a vederti così, con un vuoto allo stomaco, con un desiderio per una passione qualsiasi, per un'ebrezza... ed invece scivola vi tutto e tu guardi piangendo.
venerdì 28 marzo 2014
Malinconie Future
A volte perdi la battaglia, a volte cerchi la morte. Nell'antica lotta tra pathos ed ethos a noi piacerebbe vincesse l'anarchico, ribelle del lugubre anonimato in cui si specchia. Ma la morte è cosa lugubre, consola e livella, oblia. Ed allora la malinconia che ci prende per un futuro da dimenticati c'impone di presentarci immacolati al presente per essere benignamente ricordati. L'egoismo è attuale, l'altruismo esistenziale. Che si fotta Freud ed il suo principio di realtà! Dire l'indicibile in una chimera di pace che pallida sbiadisce ad ogni passo. Bianco tormento d'un lento scomparire.
lunedì 17 marzo 2014
Che poi son sempre le solite cose....
L'opacità malinconica di un esistenza unicamente uguale ad infinite altre, già citata e già finita, già malessere da noia, già nostalgico futuro. Nominati da altri, miseri replicanti d'inaccettate castrazioni, senza il nero e senza il fumo affogati nell'ambra. In fondo è uggioso pensarsi infiniti, eppure è la morte che costringe al pensiero e condanna alla noia.
venerdì 28 febbraio 2014
Godot
Appesi a un filo di vita
si cammina nella nebbia di Aprile.
affondano gli eroi nel latte sospeso.
galleggiano gli uomini, con braccia appese
a quel filo di tela
In attesa
lunedì 17 febbraio 2014
Doveva essere il primo...
Malattia di volere
Perché poiesis?
Costruire la propria vita come un'opera d'arte e' imperativo categorico di tanta morale estetizzante a cui ribattiamo: costruire l'arte come fosse vita, ovvero andare a fondo e non temere di rendere artistica la propria vita. Creare, con arte, ogni minuto. Assecondare, con arte, il caos cosmico e meraviglioso, sporgendosi sull'orlo del precipizio e urlare quanto sia tutto splendidamente sconvolgente.
C'è in una mattinata sui tram milanesi tanto patire; tanta più filosofia dalle scarpe al cappello del mendicante sdraiato in stazione che in mille libri; che l'uomo è un abisso tale, se gli guardi dentro, che ti vien vertigini e nausea. Non è da tutti averci questo coraggio. Più composti, meglio guardar fuori.
La grande arte dal sacro dei cieli scende alla merda delle stalle, e se ne siamo complici, diveniamo bellissimi, col volto sporco di vita che non lo pulisci più. Le orecchie, gli occhi che fan tremare da quando sentono.
Coglierò per te
l'ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l'hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent'anni.
Un po' smemorata, come tu sarai allora.
Bertolucci dona la bellezza, dolce da far tremare, dolce da far paura, bella da rivelarci chi siamo e saremo. Il grande coraggio dei poeti: guardarsi!
C'è la morte in tutto questo...
Costruire la propria vita come un'opera d'arte e' imperativo categorico di tanta morale estetizzante a cui ribattiamo: costruire l'arte come fosse vita, ovvero andare a fondo e non temere di rendere artistica la propria vita. Creare, con arte, ogni minuto. Assecondare, con arte, il caos cosmico e meraviglioso, sporgendosi sull'orlo del precipizio e urlare quanto sia tutto splendidamente sconvolgente.
C'è in una mattinata sui tram milanesi tanto patire; tanta più filosofia dalle scarpe al cappello del mendicante sdraiato in stazione che in mille libri; che l'uomo è un abisso tale, se gli guardi dentro, che ti vien vertigini e nausea. Non è da tutti averci questo coraggio. Più composti, meglio guardar fuori.
La grande arte dal sacro dei cieli scende alla merda delle stalle, e se ne siamo complici, diveniamo bellissimi, col volto sporco di vita che non lo pulisci più. Le orecchie, gli occhi che fan tremare da quando sentono.
Coglierò per te
l'ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l'hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent'anni.
Un po' smemorata, come tu sarai allora.
Bertolucci dona la bellezza, dolce da far tremare, dolce da far paura, bella da rivelarci chi siamo e saremo. Il grande coraggio dei poeti: guardarsi!
C'è la morte in tutto questo...
La sua anima di poeta ahimé era partita
Tra i suoni musicali e gotici di una sera
E meravigliosamente tra le sartie nere
Il sole inclinava la sua carena ingiallita.
Allora ero venuto nella mia malinconia
A vedere la spoglia di quest'uomo divino
A vedere la bellezza dove si forma come un repositorio
Il pensiero sublime scintillante e fiorito.
Tra i suoni musicali e gotici di una sera
E meravigliosamente tra le sartie nere
Il sole inclinava la sua carena ingiallita.
Allora ero venuto nella mia malinconia
A vedere la spoglia di quest'uomo divino
A vedere la bellezza dove si forma come un repositorio
Il pensiero sublime scintillante e fiorito.
Artaud, lo vide, se stesso. E non resse, la debole mente della società, che lo condanno' a shock elettrici.
Nebbia di primavera
Era nebbia di aprile
L'odore che avevi addosso,
La scia di luce pallida che mi ha portato via?
martedì 28 gennaio 2014
Lascia traccia cibernauta ciberomantico!
Lascia traccia
Senza pensare all'uomo che ti legge
Ti ascolta
E parla di te come fossi l'ultimo
Superstite di una specie che odora di sole e sabbia,
Pioggia e terra.
Lascia
La
Traccia
Del vino che,
Inquieto non trova pace tra stomaco e cuore
Di te, che
Come un luna park abbandonato
Cerchi di capire a cosa, bellissimo e triste,
Tu possa servire.
Lasciala
La tracciala
Lasciala
La tr sc
Bl tr vc gr
D d e t V G
..s..F..a..C..u
. . . . . . ..
Senza pensare all'uomo che ti legge
Ti ascolta
E parla di te come fossi l'ultimo
Superstite di una specie che odora di sole e sabbia,
Pioggia e terra.
Lascia
La
Traccia
Del vino che,
Inquieto non trova pace tra stomaco e cuore
Di te, che
Come un luna park abbandonato
Cerchi di capire a cosa, bellissimo e triste,
Tu possa servire.
Lasciala
La tracciala
Lasciala
La tr sc
Bl tr vc gr
D d e t V G
..s..F..a..C..u
. . . . . . ..
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