1.
Le mani che affondano nelle tasche del cappotto chiaro con gli alamari di. Metallo lucido. Il naso che pizzica e ancora trattiene l'aroma dell'ultima sigaretta , che muore a terra schiacciata, ancora un filo di fumo che sale e la tosse.
08.15 i primi ragazzi sciamano davanti a scuola. Quelli che abitano nei paesini sperduti, lontano; arrivano prima. Gli orari dei treni, le coincidenze, gli incontri coi compagni, il bar, le sigarette: sono la liturgia da celebrare ogni mattina, nel lungo inverno milanese.
Quarto e' bella con la nebbia che galleggia tra le case popolari, mi fa sentire protetto. Ho la testa piena di cose, già a quest'ora. Ma la nebbia, grigia, che tinge il paesaggio, mi da' l'impressione di essere leggero, di sparire. Ecco.
Sollevo il bavero del chiodo e mi faccio avvolgere il collo dalla pelle nera, sento le borchie gelate che mi pungono la pelle, tiro la cerniera più su e cerco qualcosa in tasca; Marco mi si affianca ma già lo avevo visto, con la coda dell'occhio, so che mi chiederà "da accendere", e allora frugo nella tasca per non farmi trovare impreparato. Cazzo la fodera e' bucata, l'accendino si è infilato da qualche parte tra l'esterno e interno del giubbotto. "Fanculo!" E' un pensiero e sta per uscire dalle labbra, mentre tasto la giacca in cerca della sagoma di ciò che era in tasca e che ora vaga sopra la mia pancia. "Ciao" biascica poco convinto Marco. "Accendino?" E gli spaccherei la faccia, a quest'ora, per come ti chiede le cose! Pare che non gli interessi di nulla, tranne quello che ti sta chiedendo; ma la cosa più irritante e' che pare non gli interessi a chi lo sta chiedendo.
"Non lo trovo" rispondo "ah" constata " mi si è bucata la tasca e tutto quello che c'era dentro si è sparso nell' imbottitura...che cazzo!" Intanto persevero e cerco, ma dell'accendino nemmeno l'ombra.
Comunque Marco mi cammina a fianco, silenzioso, fissa il vuoto e sembra mastichi le parole che vorrebbe far uscire; mentre lo fa la sigaretta che tiene spenta tra le labbra ballonzola su e giù, strabuzza gli occhi e con l'indice spinge i grandi occhiali da vista indietro, attaccandoli alla fronte stretta, spiegazzata da tre lunghe rughe "da pensiero". Prende fiato, mastica ancora un po' l'aria, come a darle forma, mi guarda e accenna un sorrisetto da ebete " oh, sto accendino?" Non riesco a essere scortese, lo ignoro e proseguo sul marciapiede ampio che porta a scuola. Guardo a terra: in un angolo, bicchieri e piatti di plastica, sporchi; qualche zingaro delle roulotte affianco deve aver finito la cena in strada. E' un'aria senza odori quella di stamattina; ho voglia di fumare: monete, un plettro, scontrini spiegazzati, una cannuccia...niente accendino!
Marco mi è ancora affianco, non dice nulla, quel suo biascicare etereo a "impastare nuvole in bocca" mi da i nervi. Credo che aspetti l'accendino; è completamente coglione: il problema è che fuma troppo, hascisc intendo, erba, quello che capita. Mi guarda con gli occhi annebbiati, arriccia il naso e tira sù, aumenta l'andatura e marcia, stanco, verso un gruppetto di compagni fermi come scogli davanti alla scuola. Marco pare un gabbiano, vola nella nebbia, leggero e non dice nulla e si appoggia sugli scogli guardandosi un po' in giro. Intravedo volute di fumo salire dagli scogli: finalmente il gabbiano ha trovato da accendere e non pensa minimamente alla mia voglia di fumare.
Il portone è scrostato, di legno, spalancato, ma nessuno entra. Non capisco che fare, stamattina sono troppo pigro per andarmene, ma non ho studiato nulla e ho il respiro che si blocca in alto e l'aria entra e brucia. Ma non è lo studio, che mi fa il respiro corto intendo, e non è nemmeno Francesca, che parla con i suoi amici e non saluta.
Mattina buona per fare il punto. Mentre penso la mano infilata nella fodera incontra la plastica dura e il metallo; finalmente fuoco, finalmente fumo e l'aria brucia meno, la prima sigaretta del mattino: "la dolce" l'ho soprannominata, anche se di dolce non ha nulla da sè, ma con sè. La prima sigaretta del mattino è come la comunione, fai incontrare le labbra con il filtro, tiri e il fumo, benevolo, t'invade e tossisci ma ti senti parte del mondo. Cazzate: Parte del mondo non mi sento mai, e Francesca mi manca.
Il petto continua a far fatica, ormai suona la campanella e i primi, addormentati e diligenti, s'infilano nel quadro dell'ingresso; non penso e sono dentro. Sulle scale, sciabatto fino al primo piano, Marco inciampa sullo scalino, molti ridono, lui bestemmia. Abbozzo un sorriso, del resto è proprio buffo, mi volto e lo guardo mentre riprende a salire con il suo contegno da gabbiano addormentato. L'entrata del mattino a scuola e' un sogno, tutto è sonno, fatica, abbandono; la scuola è un sogno e non te lo ricordi nemmeno sempre.

Si, la scuola è il sogno mitologico, fondativo dell'esistere, che spesso non ricordi più, che spesso non sai di aver perso. Io per esempio quel sogno lo ricordo poco, a frammenti, e non lo chiamo scuola, lo chiamo Quarto. Quel sogno mitico che in fondo non rivorrei se non come sogno, ma che ha partorito molte cose, cose che oggi sono mie, cose che oggi mi danno un sacco di problemi. Quel sogno mitico è la sorgente del desiderio, ma non voglio tornare alla sorgente, non mi interessa l'acqua pura e dolce.
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