lunedì 12 maggio 2014
La felicità non è di questo mondo...
Che tristezza però... Che poi la cosa peggiore, per quanto banale, è che la felicità è un fatto egoistico, in cui tutti gli altri, cose e persone, debbono convergere verso di te per renderti felice. Tutto dura un attimo, se lo dura, e poi rimane la nostalgia. Uno può essere sereno, ottimista, solare... ma felice? Mah... sarà che sono un depresso cronico... Sto leggendo un libro di Bolano (2666) sono agli inizi, ma ha avuto un'intuizione geniale, c'è un pittore, ruolo assolutamente minore nel libro, che compie un autoritratto tagliandosi la mano destra e mettendola su un quadro. Ho trovato geniale la cosa. La felicità di un'intuizione assoluta, completa, totale, che non può che condannare alla nostalgia più profonda subito dopo essersi compiuta. Nostalgia della mano ovviamente. Nel libro il tizio viene messo in ospedale psichiatrico dove poi troverà la morte. Da quando si è tagliato la mano non è più considerato normale, quel sacrificio verso la felicità lo ha condannato sino alla morte alla deformità, all'orrore del incompletezza quotidiana. C'è un altro passaggio, sempre in 2666 in cui una delle protagoniste che era in qualche modo legata, anche se molto alla lontana, al pittore, alle sue opere, ma soprattutto all'idea di quel gesto assoluto, scopre che il pittore è morto e Bolano la descrive come un'opera d'arte incompleta che in quell'istante scopre che il suo autore è morto. Così scompare la speranza di un'impossibile felicità futura, la possibilità dell'assoluto che muore. Ecco, sempre più ci si sente così.. noi che tentiamo di sopravvivere alla voglia di vivere... sentiamo che quella voglia di vivere li sta morendo come il pittore, ma non vogliamo rassegnarci, eppure non vogliamo nemmeno tagliarci la mano destra. Perchè poi in fondo il Carmelo aveva ragione "siamo l'opera d'arte di noi stessi".
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Quindi le contraddizioni.
RispondiEliminaCosa sprigiona energia, e l'arte è necrofilia se ne è priva, se non la frizione generata dalle cose che si incontrano e contraddicono?
La Monna lisa sorridente, sarebbe beatamente inutile. E' proprio la sua indefinitezza che , facendosi ricettacolo di ossimori e ambiguità, le permette di investirci di tutto il suo fascino.
Così la vita e tutti i suoi ospiti: amore, sesso, amicizia, lavoro, morte. Divengono grandi e significanti solo se meravigliosamente ospitali...ovvero pronti a dar rifugio alle nostre proiezioni, indirizzandole semmai, guidandole, perventendole forse: vita violentami e fammi saggio, un fottuto, dannato, innamorato della voglia di essere tuo, la voglia di vivere: la domanda ricorre...sopravviveremo alla voglia della tua brutalità?
Ricordo la scena finale di Blade Runner, in cui l'androide si pianta un chiodo nella mano perché sa che sta per morire e con quel gesto si costringere a reagire, perché a volte l'unico modo per tornare a vivere è farsi del male. Il bene ci ovatta, ci intontisce, ci obnubila sino ad annichilirci. Ma in alcuni di noi la voglia di vivere rimane come una scintilla in cerca di una fiamma, desideriamo esplodere ma temiamo di morire.
RispondiEliminaQuello che non conviene, quello che non si deve lo fai, perché tradire sé è una libidine anche se è quello che non conviene, è come rubare a sé, rubare a te! E sorridi!