venerdì 5 settembre 2014

Canzone quasi d'amore

Non starò più a cercare parole che non trovo 
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo, 
per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro 
e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo... 

O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti 
o che per le mie navi son quasi chiusi i porti; 
io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi, 
non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita dei piedi... 

Queste cose le sai perchè siam tutti uguali 
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali, 
perchè siam tutti soli ed è nostro destino 
tentare goffi voli d' azione o di parola, 
volando come vola il tacchino... 

Non posso farci niente e tu puoi fare meno, 
sono vecchio d' orgoglio, mi commuove il tuo seno 
e di questa parola io quasi mi vergogno, 
ma c'è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno... 

Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa 
e quasi non ti accorgi dell' energia dispersa 
a ricercare i visi che ti han dimenticato 
vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza, inseguendo la scienza o il peccato... 

Tutto questo lo sai e sai dove comincia 
la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia 
perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni 
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri, 
saggi, falsi, sinceri... coglioni! 

Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata? 
Ti dono, se vorrai, questa noia già usata: 
tienila in mia memoria, ma non è un capitale, 
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale... 

D' altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni 
e pago la mia casa, pago le mie illusioni, 
fingo d' aver capito che vivere è incontrarsi, 
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare, 
bere, leggere, amare... grattarsi!

F. Guccini

mercoledì 28 maggio 2014

Noia

Taccio.
S'emerge dall'ombra oleosa il ricordo
di nuovi legami ad antico passato
e illude il sorriso innanzi allo sgaurdo
e subito il petto ribatte all'oblio.
Tace.
La mano sinistra che nuda allo sguardo
s'inquieta ritorta dal freddo metallo
s'accalcan di segni le mute parole
ma tardi s'addesta il cuore d'onore
Corrivo a me stesso imperio silenzi
taccion presenti di luoghi diversi
ma s'urla il graffiare di pece e piacere
non posso lasciare, non posso cadere
Infame, crudele, vigliacco, bramoso
chiedere al ventre d'opprimere il vuoto
vertigine sacra a chi al viver è devoto.
Taci corroso lascivo latrare d'un cane
Taci volgare sorriso a sguardo soave
Taci singhiozzo d'amore di sogno amorale
Taci all'urlo di voglia del non ti fermare
Taci.
Svilito m'affanno,
non posso pensare
di ninfa narcisa essere altare.


martedì 20 maggio 2014

Nostalgia del desiderio

Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele!
Che tesson e tesson: lamento
Volubil che l’onda che ammorza
Ne l’onda volubile smorza…
Ne l’ultimo schianto crudele…
Le vele le vele le vele

mercoledì 14 maggio 2014

S'accorse d'avere gli occhi belli...

Tanta gente lo guardava, immobile, con le palpebre fisse.
Si sentii nudo e senza pelle.
Esausto, come una foglia bagnata
Odorava di dopo temporale.
S' accorse
d' avere gli occhi belli.

Non pianse.
Cacciò il vino nel cuore
e si fermò, silenzioso
a cogliere parole

ne trovava per ciascuno:
denaro, amore, baci, braci e abbracci.
bellezza, luce, croce, acciacco...profumo

e aveva gli occhi belli,
che continuavano a non
guardare.
sfregava i polpastrelli 
cercava le parole.

La Domenica di quel mese
avrebbe indossato abiti freschi.
Le camicie appese 
bianche che le vedevi al buio,
timide come vergini, tanto poco erano state toccate.

E l'orologio, con le lancette molli,
girava sul suo chiodo
ogni ventiquattro ore

indossava la camicia come si prende una pastiglia,
pronto a fare la comunione
e morire
per indigestione.
(che del resto il corpo di Cristo
rimane un po' indigesto)

e aveva gli occhi belli
glielo diceva pure il vino
che si buttava sopra i denti

prese a camminare
piano
verso l'altare,
e trovò una sposa bella
...ma nervosa.
le cinse i fianchi e
senza guardare 
avanti, cominciò ad amare

tutto lo stavano a guardare
con le palpebre sbattenti,
come ali.
avevano gli occhi appena imbiancati
e le facce uguali

Aveva occhi belli e camicie bianche
ma quel giorno 
morì,
sdraiandosi,
dopo aver fatto l'amore.

Il medico del paese,
ascoltando il cuore, si accorse
sgomento,
che aveva labbra ancora calde
pronte per baciare

non si disse mai,
e tanti ne raccontarono,
che aveva gli occhi belli.
Non li riaprì più
e divenne bianco come farina,
nella terra che sapeva di dopo aver piovuto
terra che, non avrebbe più annusato.

lunedì 12 maggio 2014

Forse, un giorno, gli daremo un titolo....





1.


Le mani che affondano nelle tasche del cappotto chiaro con gli alamari di. Metallo lucido. Il naso che pizzica e ancora trattiene  l'aroma dell'ultima sigaretta , che muore a terra schiacciata, ancora un filo di fumo che sale e la tosse.

08.15 i primi ragazzi sciamano davanti a scuola. Quelli che abitano nei paesini sperduti, lontano; arrivano prima. Gli orari dei treni, le coincidenze, gli incontri coi compagni, il bar, le sigarette: sono la liturgia da celebrare ogni mattina, nel lungo inverno milanese.

Quarto e' bella con la nebbia che galleggia tra le case popolari, mi fa sentire protetto. Ho la testa piena di cose, già a quest'ora. Ma la nebbia, grigia, che tinge il paesaggio, mi da' l'impressione di essere leggero, di sparire. Ecco. 
Sollevo il bavero del chiodo e mi faccio avvolgere il collo dalla pelle nera, sento le borchie gelate che mi pungono la pelle, tiro la cerniera più su e cerco qualcosa in tasca; Marco mi si affianca ma già lo avevo visto, con la coda dell'occhio, so che mi chiederà "da accendere",  e allora frugo nella tasca per non farmi trovare impreparato. Cazzo la fodera e' bucata, l'accendino si è infilato da qualche parte tra l'esterno e interno del giubbotto. "Fanculo!" E' un pensiero e sta per uscire dalle labbra, mentre tasto la giacca in cerca della sagoma di ciò che era in tasca e che ora vaga sopra la mia pancia. "Ciao" biascica poco convinto Marco. "Accendino?" E gli spaccherei la faccia, a quest'ora, per come ti chiede le cose! Pare che non gli interessi di nulla, tranne quello che ti sta chiedendo; ma la cosa più irritante e' che pare non gli interessi a chi lo sta chiedendo.
"Non lo trovo" rispondo "ah" constata " mi si è bucata la tasca e tutto quello che c'era dentro si è sparso nell' imbottitura...che cazzo!" Intanto persevero e cerco, ma dell'accendino nemmeno l'ombra.
Comunque Marco mi cammina a fianco, silenzioso, fissa il vuoto e sembra mastichi le parole che vorrebbe far uscire; mentre lo fa la sigaretta che tiene spenta tra le labbra ballonzola su e giù, strabuzza gli occhi e con l'indice spinge i grandi occhiali da vista indietro, attaccandoli alla fronte stretta, spiegazzata da tre lunghe rughe "da pensiero". Prende fiato, mastica ancora un po' l'aria, come a darle forma, mi guarda e accenna un sorrisetto da ebete " oh, sto accendino?" Non riesco a essere scortese, lo ignoro e proseguo sul marciapiede ampio che porta a scuola. Guardo a terra: in un angolo, bicchieri e piatti di plastica, sporchi; qualche zingaro delle roulotte affianco deve aver finito la cena in strada. E' un'aria senza odori quella di stamattina; ho voglia di fumare: monete, un plettro, scontrini spiegazzati, una cannuccia...niente accendino!

Marco mi è ancora affianco, non dice nulla, quel suo biascicare etereo a "impastare nuvole in bocca" mi da i nervi. Credo che aspetti l'accendino; è completamente coglione: il problema è che fuma troppo, hascisc intendo, erba, quello che capita. Mi guarda con gli occhi annebbiati, arriccia il naso e tira sù, aumenta l'andatura e marcia, stanco, verso un gruppetto di compagni fermi come scogli davanti alla scuola. Marco pare un gabbiano, vola nella nebbia, leggero e non dice nulla e si appoggia sugli scogli guardandosi un po' in giro. Intravedo volute di fumo salire dagli scogli: finalmente il gabbiano ha trovato da accendere e non pensa minimamente alla mia voglia di fumare.

Il portone è scrostato, di legno, spalancato, ma nessuno entra. Non capisco che fare, stamattina sono troppo pigro per andarmene, ma non ho studiato nulla e ho il respiro che si blocca in alto e l'aria entra e brucia. Ma non è lo studio, che mi fa il respiro corto intendo, e non è nemmeno Francesca, che parla con i suoi amici e non saluta.

Mattina buona per fare il punto. Mentre penso la mano infilata nella fodera incontra la plastica dura e il metallo; finalmente fuoco, finalmente fumo e l'aria brucia meno, la prima sigaretta del mattino: "la dolce" l'ho soprannominata, anche se di dolce non ha nulla da sè, ma con sè. La prima sigaretta del mattino è come la comunione, fai incontrare le labbra con il filtro, tiri e il fumo, benevolo, t'invade e tossisci ma ti senti parte del mondo. Cazzate: Parte del mondo non mi sento mai, e Francesca mi manca.

Il petto continua a far fatica, ormai suona la campanella e i primi, addormentati e diligenti, s'infilano nel quadro dell'ingresso; non penso e sono dentro. Sulle scale, sciabatto fino al primo piano, Marco inciampa sullo scalino, molti ridono, lui bestemmia. Abbozzo un sorriso, del resto è proprio buffo, mi volto e lo guardo mentre riprende a salire con il suo contegno da gabbiano addormentato. L'entrata del mattino a scuola e' un sogno, tutto è sonno, fatica, abbandono; la scuola è un sogno e non te lo ricordi nemmeno sempre.

La felicità non è di questo mondo...

Che tristezza però... Che poi la cosa peggiore, per quanto banale, è che la felicità è un fatto egoistico, in cui tutti gli altri, cose e persone, debbono convergere verso di te per renderti felice. Tutto dura un attimo, se lo dura, e poi rimane la nostalgia. Uno può essere sereno, ottimista, solare... ma felice? Mah... sarà che sono un depresso cronico... Sto leggendo un libro di Bolano (2666) sono agli inizi, ma ha avuto un'intuizione geniale, c'è un pittore, ruolo assolutamente minore nel libro, che compie un autoritratto tagliandosi la mano destra e mettendola su un quadro. Ho trovato geniale la cosa. La felicità di un'intuizione assoluta, completa, totale, che non può che condannare alla nostalgia più profonda subito dopo essersi compiuta. Nostalgia della mano ovviamente. Nel libro il tizio viene messo in ospedale psichiatrico dove poi troverà la morte. Da quando si è tagliato la mano non è più considerato normale, quel sacrificio verso la felicità lo ha condannato sino alla morte alla deformità, all'orrore del incompletezza quotidiana. C'è un altro passaggio, sempre in 2666 in cui una delle protagoniste che era in qualche modo legata, anche se molto alla lontana, al pittore, alle sue opere, ma soprattutto all'idea di quel gesto assoluto, scopre che il pittore è morto e Bolano la descrive come un'opera d'arte incompleta che in quell'istante scopre che il suo autore è morto. Così scompare la speranza di un'impossibile felicità futura, la possibilità dell'assoluto che muore. Ecco, sempre più ci si sente così.. noi che tentiamo di sopravvivere alla voglia di vivere... sentiamo che quella voglia di vivere li sta morendo come il pittore, ma non vogliamo rassegnarci, eppure non vogliamo nemmeno tagliarci la mano destra. Perchè poi in fondo il Carmelo aveva ragione "siamo l'opera d'arte di noi stessi".

venerdì 18 aprile 2014

2 in 1 giorno forse sono troppi

S she laughed I was aware of becoming involved
in her laughter and being part of it, until her
teeth were only accidental stars with a talent
for squad-drill. I was drawn in by short gasps,
inhaled at each momentary recovery, lost finally
in the dark caverns of her throat, bruised by
the ripple of unseen muscles. An elderly waiter
with trembling hands was hurriedly spreading
a pink and white checked cloth over the rusty
green iron table, saying: "If the lady and
gentleman wish to take their tea in the garden,
if the lady and gentleman wish to take their
tea in the garden ..." I decided that if the
shaking of her breasts could be stopped, some of
the fragments of the afternoon might be collected,
and I concentrated my attention with careful
subtlety to this end.